WITHOUT MERIT

Categorie: Colleen Hoover / Estratto / Standalone / Young Adult

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Sinossi

“Non tutti gli errori meritano una conseguenza.

A volte l’unica cosa che meritano è il perdono “

La famiglia Voss è tutt’altro che normale. Vive in una chiesa riadattata, appena ribattezzata Dollar Voss. La madre, in passato colpita dal cancro, vive nel seminterrato, il padre è sposato con l’ex infermiera della madre, al piccolo fratellastro non è permesso di fare o mangiare nulla di divertente e i fratelli più grandi sono irritantemente perfetti. Poi c’è Merit. Merit Voss colleziona trofei che non ha guadagnato e i segreti che la sua famiglia la costringe a mantenere. Mentre si aggira nel negozio di antiquariato del paese alla ricerca del suo prossimo trofeo, trova Sagan. Il suo spirito e il suo inguaribile l’idealismo la disarmano e infondono nuova vita in lei – fino a quando non scopre che non è completamente disponibile. Merit si chiude sempre più in se stessa, osservando la sua famiglia a distanza, quando viene a conoscenza di un segreto che nessun trofeo al mondo può sistemare. Stufa delle bugie, Merit decide di rompere l’illusione di una famiglia felice di cui non ha mai fatto parte prima di lasciarsi tutto alle spalle. Quando il suo piano di fuga fallisce, Merit è costretta a fare i conti con le conseguenze sconcertanti di dire la verità e perdere l’unico ragazzo che ama.

Sinossi

“Non tutti gli errori meritano una conseguenza.

A volte l’unica cosa che meritano è il perdono “

La famiglia Voss è tutt’altro che normale. Vive in una chiesa riadattata, appena ribattezzata Dollar Voss. La madre, in passato colpita dal cancro, vive nel seminterrato, il padre è sposato con l’ex infermiera della madre, al piccolo fratellastro non è permesso di fare o mangiare nulla di divertente e i fratelli più grandi sono irritantemente perfetti. Poi c’è Merit. Merit Voss colleziona trofei che non ha guadagnato e i segreti che la sua famiglia la costringe a mantenere. Mentre si aggira nel negozio di antiquariato del paese alla ricerca del suo prossimo trofeo, trova Sagan. Il suo spirito e il suo inguaribile l’idealismo la disarmano e infondono nuova vita in lei – fino a quando non scopre che non è completamente disponibile. Merit si chiude sempre più in se stessa, osservando la sua famiglia a distanza, quando viene a conoscenza di un segreto che nessun trofeo al mondo può sistemare. Stufa delle bugie, Merit decide di rompere l’illusione di una famiglia felice di cui non ha mai fatto parte prima di lasciarsi tutto alle spalle. Quando il suo piano di fuga fallisce, Merit è costretta a fare i conti con le conseguenze sconcertanti di dire la verità e perdere l’unico ragazzo che ama.

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COLLEEN HOOVER

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“Quanto durerà?” Chiedo al cassiere, mentre faccio cadere il sacco da 20 kg di cibo per cani sul bancone.

“Che tipo di cane è?” Chiede.

“È per un labrador a pelo nero”.

“Solo uno?”

Annuisco.

“Forse un mese. Un mese e mezzo.”

Oh. Avevo pensato una settimana. “Non credo che vivrà con noi così a lungo”. Calcola il totale e pago con il bancomat di mio padre. Ha detto di usarlo solo in caso di emergenza. Sono sicura che il cibo sia un’emergenza a Wolfgang.

“Hai bisogno di aiuto per portarlo fuori?” Chiede qualcuno dietro di me.

“No grazie,” dico, prendendo la mia ricevuta. Mi giro per affrontarlo. “Ho solo questo… ma come sei vestito?” Non volevo dirlo ad alta voce, ma non mi aspettavo di trovarmi di fronte il tipo di ragazzo che sto fissando in questo istante.

Da sotto il suo cappello fuoriescono dei ciuffi di capelli rossi, troppo luminosi per essere autentici. Così brillanti, da essere quasi offensivi. Il suo viso è decente, qualche piccola imperfezione qua e là. Ma non ci faccio molto caso perché i miei occhi vanno dritti al kilt che sta indossando. Suppongo che il kilt in sé non mi ha sconvolto tanto quanto i vestiti che ha scelto di abbinare. Indossa una maglia da basket e delle Nike verdi neon. Interessante accostamento.

Il ragazzo da uno sguardo ai suoi vestiti. “È una maglia da basket”, dice innocentemente. “Non ti piace Blake Griffin?” Scuoto la testa. “Non sono un’appassionata di sport”. Appoggia quello che sembra una fornitura a vita di carne essiccata sul bancone. Avvolgo entrambe le braccia intorno all’enorme sacco di cibo per cani e mi dirigo verso la mia macchina. L’auto che ho guidato fino a qui non è propriamente la mia, ma questo perché mio padre non tiene mai una macchina abbastanza a lungo affinché uno di noi ne possa rivendicare la proprietà. Le auto vanno e vengono nel nostro vialetto e l’unica regola che conta è che chiunque lasci la casa per primo ha la prima scelta. Penso che questa sia la vera ragione dell’estrema puntualità nello Utah.

Il mese scorso nel vialetto è comparsa una Ford EPX 1983 di un rosso sbiadito. È una macchina così brutta, che smisero di fabbricarla appena iniziarono la produzione. Penso che mio padre ha difficoltà a venderla perché è l’auto che è durata più a lungo di qualsiasi altra. E dal momento che raramente riesco a lasciare la casa in tempo, questa sfortunata Ford è stata guidata più da me che dal tutto il resto della mia famiglia messo insieme.

Poso il sacco di cibo per cani nel bagagliaio e sto per aprire lo sportello quando il ragazzo con il kilt appare fuori dal nulla. Sta masticando un pezzetto di carne, mentre valuta la mia macchina come se volesse rubarla. Cammina verso la parte anteriore dell’auto e tocca con le sue Nike verdi neon il pneumatico anteriore due volte.

“Pensi di potermi dare un passaggio?” Mi guarda e si appoggia all’auto. Nonostante il kilt, non c’è alcuna traccia di un accento scozzese. Non c’è neanche traccia di un accento del Texas. Ma quando ha pronunciato la parola tu, sembrava avesse un suono britannico. “Che tipo di accento è questo?” Chiedo. Apro lo sportello e mi fermo dietro per mettere una barriera tra di noi. Sembra innocuo, ma non mi piace la sua confidenza. Devo proteggermi. Non bisogna mai fidarsi delle persone troppo sicure di se.

Scrolla le spalle. “Mi sposto molto”, dice, ma pronuncia molto con un accento australiano.

“Moolto? Sei australiano?”

“Mai stato li”, dice. “Che tipo di auto è questa?” Cammina verso la parte posteriore dell’auto per leggere la marca e il modello.

“Ford EPX. È estinta,” gli dico. “Dove devi andare?”

Torna indietro dalla parte posteriore dell’auto, ma ora è in piedi dallo stesso lato della portiera dove mi trovo io. “A casa di mia sorella. È a poche miglia a est da qui.”

Gli do un altro sguardo. Sono consapevole di quanto sia stupido dare un passaggio a un completo sconosciuto. Soprattutto uno sconosciuto in un kilt che non sa dire da dove viene il suo accento. Tutto in lui grida allo squilibrato, ma la mia spontaneità e il mio rifiuto di prendere in considerazione le conseguenze delle mie decisioni sono le due cose che preferisco di me.

“Certo. Sto andando a est.” Mi siedo nel sedile del conducente e chiudo la porta. Mi sorride attraverso il finestrino e corre verso il lato del passeggero. Mi devo allungare attraverso il sedile per sbloccare la porta in modo da aprirgli. “Dammi un secondo per prendere le mie cose”. Si lancia in uno sprint attraverso il parcheggio fino a raggiungere un mucchio di cose appoggiate accanto all’ingresso anteriore del negozio. Prende lo zaino e lo lancia sopra la spalla, poi un sacchetto della spazzatura nero e un piccolo trolley. Ho accettato di dare un passaggio a lui. Non a lui e a tutto quello che possiede. Apro il bagagliaio e aspetto che finisca di caricare i suoi averi. Quando torna in auto, mette la cintura di sicurezza e mi sorride. “Pronto.”

“Sei un senza tetto?”

“Definisci senzatetto”, dice.

“Una persona senza una casa”.

Strizza gli occhi mentre pensa. “Definisci casa”.

Scuoto la testa. “Tu sei la persona più strana che abbia mai conosciuto.” Metto in moto la macchina e inserisco la retromarcia.

“Ovviamente non hai conosciuto tante persone. Come ti chiami?”

“Merit.”

“Io sono Luck”.

Gli lancio un rapido sguardo prima di prendere l’autostrada. “Luck? È un soprannome?”

“No,” apre il contenitore pieno di carne di manzo affumicata e me ne offre un pezzo. Scuoto la testa. “Sei vegetariana o qualcosa del genere?”

“No,” dico. “Solo che non ho voglia di carne di manzo”.

“Ho delle barrette di granola nella mia valigia.”

“Non ho fame.”

“Hai sete?”

“Perché? Non hai nemmeno una bevanda da offrirmi nel caso.”

“Stavo per suggerire di fermarti a un drive-through”, dice Luck. “Hai sete?”

“No.”

“Quanti anni hai?”

Sto cominciando a rimpiangere la mia spontaneità. “Diciassette.”

“Perché non sei a scuola in questo momento? È vacanza oggi?”

“No. Ho finito con la scuola superiore.” Non è una bugia. Finito e completato sono due cose diverse.

“Io ho vent’anni”, dice, spostando la sua attenzione fuori dal finestrino. Il suo ginocchio rimbalza su e giù e tamburella con le dita della mano destra sulla gamba. Tutta questa sua agitazione mi fa mettere in discussione la mia decisione di dargli un passaggio fino a casa di sua sorella. Decido mentalmente di esaminare le sue pupille la prossima volta che si volta verso di me. Sarebbe proprio da me raccogliere un estraneo strafatto per strada.

“Quanti cani hai?” Sta ancora fissando il finestrino mentre me lo chiede.

“Nessuno.”

Mi affronta e inarca la fronte. Approfitto dell’opportunità per valutare le sue pupille. Normali.

“Perché stai comprando del cibo per cani se non hai cani?”

“È per un cane che sta a casa mia, ma non è il nostro cane”.

“Sei una dog-sitter?”

“No.”

“Lo hai rubato?”

“No.”

“Che tipo di cane è?”

“Un labrador nero”.

Sorride. “Mi piacciono i labrador neri. Dove vivi?” Devo aver fatto una faccia che indica esattamente cosa penso di quella domanda così invadente, perché risponde immediatamente. “Non volevo sapere  il tuo indirizzo esatto. Mi riferivo solo rispetto a dove vado io.”

“Non lo so. Non so dove stai andando.”

“A casa di mia sorella”.

“Dove vive tua sorella?”

Lui scrolla le spalle. “Da quella parte”, dice, indicando la direzione in cui stiamo andando. Tira il telefono fuori dalla tasca. “Ho una foto di casa sua”.

“Non conosci il suo indirizzo?”

Scuote la testa. “No, ma se mi puoi lasciare da qualche parte li vicino, posso chiedere in giro”.

“Li vicino dove?”

“Vicino casa di mia sorella”.

Premo la mano contro la fronte. Ho conosciuto questo ragazzo da soli cinque minuti e ne sono già sopraffatta. Non ho idea se mi piaccia o se non lo sopporto. Ha qualcosa di affascinante, ma in un senso leggermente fastidioso. Probabilmente è una di quelle persone che possono essere tollerate solo a piccole dosi. Come un temporale. Sono divertenti solo se compaiono quando sei dell’umore giusto. Ma se si presentano quando non sono voluti, come a un matrimonio all’aperto, rovinano tutto.

“Come è possibile che hai già finito la scuola? Sei una di quelle persone che riescono a fare tutto meglio di tutti? Come Adam Levine? Probabilmente suoni la chitarra.”

E che cosa vorrebbe dire con questo? “No, non suono la chitarra. E non sono migliore di tutti. Non sono tanto brava a fare domande come te.”

“Non sei neanche brava a rispondere.”

Sta veramente insultando le mie capacità di fare conversazione? “Ho risposto a tutte le domande che mi hai chiesto.”

“Non nel modo in cui dovresti rispondere alle domande”.

“C’è un altro modo per rispondere alle domande oltre che dare la risposta corretta?”

Annuisce. “Stai dando risposte brevi, come se non fossi interessata alla conversazione. Dovrebbe essere come uno di quei sport a due, come una partita di Ping-Pong. Ma con te sembra più simile…al bowling. Basta andare dritti lungo la corsia.”

Rido. “Devi imparare a leggere i segnali. Se qualcuno risponde alle tue domande come se non volesse rispondere, forse dovresti smettere di fare domande.”

Mi fissa un attimo e poi apre il contenitore con il manzo. “Ne vuoi ancora un pezzo?”

“No,” dico ancora, diventando sempre più agitata ogni secondo che passa. “Sei stupido? Nel senso…che sei una persona realmente stupida?”

Chiude il contenitore e lo posa sul pavimento tra le gambe. “No, sono realmente molto intelligente”.

“Qual è il tuo problema, allora? Fai uso di droghe?”

Lui ride. “Nessuna che non sia legale”.

Mi sorride, tenendo il passo per tutta l’intera conversazione. Tutto questo è normale per lui? È completamente a suo agio. Tutto questo mi fa pensare a che tipo di persone abbia incontrato nella sua vita per credere che quello che sta accadendo in questo momento sia normale.

Esco dall’autostrada e decido che forse il modo migliore di agire è quello di abbandonarlo all’unica stazione di servizio della nostra città.

“Hai un ragazzo, Merit?”

Scuoto la testa.

“Una ragazza?”

Scuoto la testa.

“Be”, c’è qualcuno che trovi intrigante?”

“Ci stai provando con me o stai solo facendo delle domande?”

“Non ci sto provando sul serio, ma questo non vuol dire che non vorrei. Sei carina. Ma adesso sto solo cercando di fare conversazione. Ping-pong.”

Butto fuori l’aria per la frustrazione.

“Stai per colpire un Turkey (Tacchino)”, dice, come un dato di fatto.

Inchiodo sul freno. Perché ci sarebbe un tacchino in questa strada? Guardo la strada davanti e intorno a noi, ma non vedo niente. “Non c’è il tacchino”.

“Intendevo metaforicamente.”

Che diavolo? “Mai dire a chi sta guidando che sta per colpire qualcosa metaforicamente! Gesù Cristo!” Lascio il freno finché l’auto comincia a muoversi di nuovo.

“È un termine tecnico del bowling. Tre Strike sono un Turkey (Tacchino)”.

“Non ti seguo ora.”

Si siede più dritto e tira su la gamba sul suo sedile in modo da potermi affrontare. “Una conversazione dovrebbe essere come il ping-pong”, ripete. “Ma la conversazione con te è come il bowling. È una lunga corsia a senso unico. Tre Strike nel bowling sono un Turkey. E poiché non rispondi alle mie domande, ho usato il termine Turkey come analogia per descrivere la tua mancanza di…”

“Ok!”, Dico, sollevando una mano per farlo tacere. “Ho capito. Sì. C’è un ragazzo. C’è qualcos’altro che vorresti sapere prima di ricominciare a usare metafore che possono indurre al suicidio sulla strada?”

Inizio già a sentire la sua eccitazione visto che sto accettando di partecipare alla sua conversazione. Anche se è solo per farlo tacere. “Lo sa che ti piace?” Chiede.

Scuoto la testa.

“A lui piaci?”

Scuoto la testa.

“È fuori dalla tua portata?”

“No,” dico immediatamente. “Questo è veramente scortese da parte tua.”

Ma anche se la sua domanda è scortese, mi fa pensare. Quando ho visto Sagan per la prima volta nel negozio di antiquariato, ho avuto come l’impressione che fosse fuori dalla mia portata. Ma quando ho scoperto che stava uscendo con Honor, non mi è minimamente passato per la mente che lei fosse fuori dalla sua portata. Odio il fatto di aver pensato che lei lo meritasse più di me.

“Perché non è il tuo ragazzo?”

Afferro il volante. Sono a un miglio di distanza dalla stazione di servizio. Un altro segnale di stop e poi posso scaricarlo.

“Non colpire il Tacchino metaforicamente parlando”, dice. “Perché non stai insieme a questo tizio che trovi così intrigante?”

Tizio? Si è seriamente riferito a un altro ragazzo utilizzando il termine tizio. E la sua metafora del tacchino non ha nemmeno senso. “Usi le analogie nel modo sbagliato.”

“Non evitare la domanda”, dice. “Perché tu e questo ragazzo non state insieme?”

Sospiro. “È il fidanzato di mia sorella”.

Le parole fanno appena in tempo a uscire dalla mia bocca che Luck comincia a ridere. “Tua sorella? Porca miseria, Merit! Che cosa terribile da fare!” lo guardo di traverso. Pensa che non mi renda conto di quanto sia terribile essere attratti dal ragazzo di mia sorella?

“Tua sorella lo sa che ti piace?”

“Ovviamente no. E non lo saprà mai.” Mi sposto verso il suo telefono. “Fammi vedere la foto della casa di tua sorella. Potrei sapere dove si trova.” Sono più desiderosa che mai di abbandonarlo.

Luck scorre le immagini sul suo telefono. Proprio quando arrivo al segnale di stop, mi porge il suo telefono.

Mi sta prendendo in giro. Mi stanno facendo uno scherzo, vero? Fermo immediatamente l’auto. Ingrandisco la foto di Victoria in piedi di fronte a Dollar Voss. L’immagine sembra di un paio di anni fa perché la recinzione bianca che mio padre ha messo su lo scorso anno non è presente in questa foto.

“Sembra come se fosse stata una chiesa tempo prima”, dice Luck. “Victoria è tua sorella?”

Si anima. “La conosci?”

Gli consegno il telefono e afferro il volante. Ci premo contro la fronte. Cinque secondi più tardi, un’auto dietro a noi suona il clacson. Guardo nello specchietto retrovisore e il ragazzo dietro di noi solleva le mani in alto in un gesto di frustrazione. Faccio partire di nuovo la macchina. “Sì, la conosco”.

“Sai dove vive?”

“Sì.”
Luck si gira di nuovo. “Bene”, dice. “Molto bene.” Inizia a tamburellare di nuovo con le dita sulla gamba. “E mi stai portando a casa sua? Adesso?” Sembra ancora nervoso. “Non è dove vuoi andare?” Annuisce, ma anche il suo annuire sembra incerto. “Tua sorella lo sa che stai arrivando?” Lui scrolla le spalle mentre osserva il finestrino del passeggero. “Non esiste una risposta corretta a questa domanda”. “In realtà, ci sono due potenziali risposte corrette. Sì e no.” “Non si aspetta di vedermi oggi. Ma non può abbandonarmi senza pensare che prima o poi io mi faccia vivo”.  Non avevo idea che Victoria avesse un fratello. Non sono proprio sicura che mio padre sappia che Victoria ha un fratello. E lui è così…diverso. Non è affatto come Victoria. Giro nella nostra strada e poi entro nel nostro vialetto. Parcheggio l’auto. Luck sta fissando la casa, colpendo sempre la gamba e facendo rimbalzare il ginocchio, ma non fa nessuno sforzo per uscire dalla macchina. “Perché vive in una chiesa?” Pronuncia la parola chiesa strascicando la s. Tutta la sua fastidiosa fiducia è sparita, sostituita da un’altrettanto fastidiosa quantità di vulnerabilità. Deglutisce e poi si piega verso il pavimento per raccogliere il contenitore con la carne essiccata. “Grazie per il passaggio, Merit.” Afferra la maniglia e mi guarda. “Dovremmo essere amici finché resto in città. Vogliamo scambiarci i numeri?” Scuoto la testa e apro la porta. “Non sarà necessario”. Apro il bagagliaio e esco dall’auto. “Posso prendere da solo le mie cose”, dice. “Non mi devi aiutare.” Apro il bagagliaio. “Non lo sto facendo. Sto prendendo il mio cibo per cani.” Mi sforzo di estrarre il sacco sotto tutte le cose di Luck. Dopo averlo afferrato bene, mi dirigo verso la porta d’ingresso. “Perché stai portando il cibo del cane a casa di mia sorella?” Quando non mi fermo a rispondere, inizia a seguirmi. “Merit!” Mi raggiunge proprio nel momento in cui metto la chiave nella porta d’ingresso. Quando si sblocca, lo affronto. Sta ancora fissando la chiave nella porta.

“Tua sorella è sposata con mio padre”. Aspetto un attimo che assorba questa informazione. Quando lo fa, fa un passo indietro e inclina la testa. “Tu vivi qui? Con mia sorella?” Annuisco. “È la mia matrigna”. Si gratta il mento. “Quindi questo fa di me…tuo zio?” “Zio acquisito”. Attraverso la porta d’ingresso e getto il ​​sacchetto di cibo per cani sul pavimento. Luck si ferma sulla porta mentre si passa una mano tra i capelli e poi si afferra il collo. “Ti ho già immaginata nuda,” mormora. “Beh allora questo sarebbe un buon momento per smettere di farlo”

COLLEEN HOOVER

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