Estratto: “Il Negoziatore”

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Estratto: “Il Negoziatore”

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Estratto: “Il Negoziatore”

Sam P. Miller

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Estratto

PROLOGO

New York, sei mesi prima.

Sopra. Sotto. Sotto. Sopra. Sopra. Sotto.
Il pacchetto di Winston roteava tra le dita sbattendo contro la punta del ginocchio. La gamba destra fissa a terra e l’altra che sobbalzava quasi posseduta. Ero un fascio di nervi, avevo bisogno d’uscire, di fumare una sigaretta ma non potevo muovermi, ero bloccato su quella sedia, in attesa.
Avevo visto passare decine di colleghi con lo sguardo basso e un’espressione di disagio che conoscevo fin troppo bene, ormai. Mi evitavano, rifuggivano i miei occhi per paura di imbattersi in qualcosa che non volevano vedere, ma si sbagliavano. Si sbagliavano di grosso. In questi due buchi neri, non avrebbero più trovato niente, assolutamente niente: erano vuoti, morti, proprio come lo ero io.
Quanto può cambiare una vita in un fottuto istante?
Scommetto che non ve lo siete mai chiesto. Beh, sapete che vi dico? Se non ci avete mai pensato, date retta a me, non fatelo.
Ero un uomo felice, avevo tutto sotto controllo, il mio mondo era organizzato, apparentemente tranquillo, le giornate si susseguivano con una frenesia veloce, cadenzata, quasi musicale. Un ritmo perfetto nella sua imperfezione. Poi, però, la musica si è fermata all’improvviso e, intorno a me, è rimasto solo il silenzio.
Ho continuato a respirare nonostante tutto, ma solo perché non sono riuscito a trovare il coraggio di piantarmi una pallottola in fronte. Ci sono andato vicino un paio di volte, la Glock puntata alla tempia e il dito sul grilletto. Sarebbe bastato un attimo, un semplice scatto per porre fine a quell’inferno.
«Foster…»
Non avevo nemmeno bisogno di alzare lo sguardo, avrei riconosciuto quella voce anche bendato e nel bel mezzo di una sparatoria.
«Storm» replicai, continuando a giocherellare col pacchetto di sigarette.
«Sei qui per vedere il Capitano Channing?»
«Così sembra» sbuffai, senza spostare mai gli occhi dalla scritta Winston che si capovolgeva ritmicamente. La sua figura in controluce appariva come un’esile ombra sullo sfondo. Le gambe, allenate e muscolose, s’intravedevano sotto la divisa blu d’ordinanza e la fondina, in bella mostra, se ne stava ancorata al cinturone vicina al distintivo. Fece un altro passo posizionandosi proprio di fronte a me.
«Shayne, io… sono felice di vederti.»
«Mmh, lo immagino…»
Sollevai lo sguardo senza rivolgerlo a niente in particolare.
«Perché ti comporti così? Lo sai che… desidero solo il tuo bene.»
«Il mio bene?» la schernii. «Dunque, dovrei ringraziarti? Fammi capire, dovrei essere felice di tutta questa merda solo perché tu desideri il mio bene?»
«Non fare lo stronzo con me» sibilò fra i denti, «non me lo merito, e lo sai! Tu hai bisogno di aiuto, anche se non vuoi ammetterlo!»
«E tu non hai mai imparato a capire quando qualcuno vuol essere lasciato in pace?!»
Roteai le sclere tornando a fissare il pavimento e Kay mi si sedette vicina, le braccia poggiate sulle ginocchia e il capo chino in avanti. «Non potevo fare altrimenti, lo capisci?»
Non mi mossi, occhi bassi e fissi sulle giunture delle piastrelle. «Certo, non avevi altra scelta» commentai sarcastico.
«No, non ce l’avevo e tu dovresti saperlo meglio di me.»
Prese aria e la buttò fuori tutta d’un colpo. Aspettò qualche secondo, giusto il tempo di elaborare il pensiero che voleva esprimere.
«Sono preoccupata per te. Dico sul serio.»
«Non dovresti».
Mi prese il mento tra le dita e mi obbligò a voltarmi. «Quanto hai bevuto ieri sera? E voglio la verità, stavolta!»
«Non è un tuo problema.»
«Cazzo, Shayne, devi riprenderti, è passato più di un anno da…»
«Non dirlo. Non. Dirlo, Kay!»
«Come vuoi, ma non puoi continuare a ridurti in questo stato. È risaputo che il Capitano Channing sia stato comprensivo nel tuo caso, ma se non la smetterai di distruggerti in questo modo, stavolta non si tratterà di un semplice periodo di ferie, ti sbatteranno fuori dal dipartimento. È questo ciò che vuoi?»
Chiusi gli occhi e abbozzai una smorfia. «Per quello che me ne frega!»
«Shayne…»
«Tenente Foster.»
«Shayne, per favore.»
«D’ora in avanti, per te, sono il tenente Foster», ringhiai stritolando le Winston nel pugno.
«Per quanto vuoi continuare a comportarti così? Eravamo una squadra, noi due, te ne sei scordato?»
Non risposi.
Non c’era niente da dire.
Quello che eravamo stati, quello che ero prima, non esisteva più. Era morto. Finito. Bruciato.
«E va bene, se è ciò che desideri», disse alzandosi in piedi, «me ne vado, ti lascio in pace, ma non smetterò mai di preoccuparmi per te, questo dovresti saperlo.»
Mi fissava. Quegli occhi neri e taglienti mi scandagliarono inquieti, ma non ottenne niente, nessuna risposta, nemmeno un flebile movimento della mano.
«Entra, Foster!»
La voce stentorea del Capitano Channing arrivò come una deflagrazione, spezzando qualsiasi cosa ci fosse stata fra di noi in quel momento. Infilai le sigarette nella tasca laterale dei pantaloni e mi alzai in piedi, sguardo puntato sulla porta aperta e il vuoto che mi si gonfiava dentro.
Non sarebbe mai passato. Quella voragine non si sarebbe mai richiusa, era una certezza come la morte stessa.
«Accomodati.»
Avanzai di qualche passo e la suola degli anfibi scricchiolò sul pavimento. La stanza sembrava più piccola del solito, quasi claustrofobica. Ero entrato in quell’ufficio almeno un milione di volte, conoscevo a memoria l’esatta sequenza delle piastrelle di cartongesso del controsoffitto: un lampadario, due lastre piene, una bocchetta d’areazione, altre due lastre piene. Ero sempre stato un tipo attento ai dettagli e ai particolari, anche quelli più insignificanti o sgraditi si ritagliavano uno spazio nella mia memoria. Mi avvicinai a una delle due sedie, la allontanai dal tavolo trascinandola sul pavimento e mi ci sedetti sopra. Eravamo uno di fronte all’altro, in silenzio, due paia d’occhi che si studiavano a vicenda. Nei suoi, si agitavano sentimenti contrastanti. C’era della compassione nascosta dietro a un severo rigore.
Nei miei… il nulla.
Il Capitano Channing serrò le dita intorno all’imbottitura di pelle nera lasciandosi ricadere contro lo schienale.
«Come vanno le cose, Foster?» domandò, spostando l’attenzione sulla porta a vetri alle mie spalle. Mi voltai e decine di sguardi fuggirono via, sorpresi. Qualcuno iniziò ad armeggiare con il telefono, altri fecero finta di chiacchierare fra di loro. Sospirai perdendomi a osservare quella mascherata indifferenza che non mi faceva più nemmeno incazzare. Ero un uomo da guardare con compatimento, un detrito in balia della corrente, un cumulo di macerie. Del vecchio me, erano rimasti solo una targa appoggiata sulla scrivania e un numero inciso sul distintivo.
«Vanno…» risposi lapidario.
Il Capitano raddrizzò il busto facendo rialzare lo schienale della sedia, appoggiò i gomiti sul tavolo e intrecciò le dita. Aspettando, scrutavo quel mento premuto fra un ordito di falangi scure e la barba curata che risaliva le labbra carnose, tese. «Immagino che tu sappia perché sei qui…»
«Cosa vuole che le risponda?»
Mi guardò negli occhi ancora più serio del solito. I lineamenti duri, la mascella squadrata che pulsava sul lato destro e le sclere pallide che risaltavano sull’incarnato color ebano.
«La dottoressa Mitchell ha informato il capo dipartimento delle tue defezioni.»
Allora si trattava di quello. Non era stata Storm a fottermi ma quella dannata strizzacervelli.
«Non puoi fare come ti pare, tenente, mi sembrava d’essere stato chiaro l’ultima volta: un’altra cazzata, un altro incontro saltato e saresti stato fuori.»
Il ginocchio sinistro riprese ad agitarsi senza sosta. Serrai le mascelle senza replicare, potevo quasi sentire il rumore dei molari che slittavano uno sull’altro: un attrito che conoscevo fin troppo bene, arrotavano quasi a consumarsi da più di un anno, ormai.
«Sai che non avrei mai voluto arrivare a tanto, sei uno dei miei uomini migliori, Foster.»
«Intende dire che lo ero, giusto?»
«Il capo dipartimento vuole che ti prenda un periodo di riposo e anch’io credo sia la cosa migliore. Vai via per un po’, allontanati da questa città e…»
«Mi state buttando fuori, non è vero? Chiami le cose col loro nome, Capitano.»
«Nessuno ti sta sbattendo fuori. Tutti noi vogliamo solo che tu stia bene. Devi riprendere in mano la tua vita e tornare a essere quello di un tempo.»
«Cazzate!» tuonai alzandomi in piedi. «Lo sa lei e lo so io: non tornerò mai più quello di prima. Mai.»
Iniziò a giocherellare con la spessa fede d’oro che aveva all’anulare sinistro e io avvertii un senso di fastidio crescente. La mia mano, stretta in un pugno, era diventata troppo pesante; mossi le dita per riattivare la circolazione del sangue e la lasciai ricadere lungo il fianco. Il Capitano Channing mi guardò addolorato. Quell’uomo, così rigido e severo, aveva pietà di me, della mia esistenza vuota e insignificante.
Dovevo andarmene, uscire da quel buco asfissiante.
Con un solo gesto, feci scivolare il pollice sullo sgancio della fondina, estrassi la Glock e la depositai sul tavolo di fronte a me. In religioso silenzio, sfilai il distintivo dal supporto e lo adagiai vicino alla pistola.
«Immagino che questo sia tutto.»
Lui annuì e inchiodò lo sguardo su quello che rimaneva della mia vecchia vita, i ruderi di un’esistenza spezzata, dilaniata come i resti di una mina esplosa.
«Posso andare adesso?»
«Certo.»
«Bene.»
Le ginocchia si mossero, divorarono lo spazio che mi separava dalla porta; in quattro rapide falcate, raggiunsi l’uscita, afferrai la maniglia fra le dita e inspirai. Sarebbe stata l’ultima volta in cui avrei rimesso piede in quel posto. La mia vita era finita già da tempo, ormai, e perdere il lavoro era solo un’altra goccia nel mare, l’ennesima frustata su una schiena martoriata.
Niente di sconvolgente.
«Tenente…»
«Capitano?»
«Abbi cura di te, Foster.»
«Certo.»
Affondai sulla manopola e la serratura scattò.
Quel corridoio non mi era mai sembrato così stretto, asfittico. Troppa gente, troppi sguardi bassi che mi seguivano e un vociare silenzioso che potevo leggere nelle espressioni contrite.
Non ero più uno di loro.
Era finita.
Era finito tutto.

PRIMO CAPITOLO

Vermont, sei mesi dopo.

C’era una strana eccitazione nell’aria. Da Lower Village fino a Stowe era tutto un brulicare di turisti, macchine fotografiche e zucche ammassate agli angoli delle case. Martha sembrava anche più euforica del solito mentre serviva caffè e colazioni ai suoi avventori. Non che le prestassi molta attenzione, anzi, cercavo quasi sempre di evitarla ma, quel giorno, era praticamente impossibile. Si aggirava per i tavoli profondendo sorrisi e chiacchierando a più non posso, proprio ciò di cui avrei volentieri fatto a meno. Non frequentavo mai luoghi del genere, erano sempre troppo affollati e pieni di gente pronta a far domande. Preferivo starmene per conto mio, isolato dal resto del mondo; tuttavia, in alcune circostanze, non si può proprio fare altrimenti.
Quella mattina dovevo andare a Stowe per i soliti rifornimenti e per comprare il materiale per il tetto. Ero uscito presto perché, nonostante avessi raschiato il fondo del barattolo, non ero riuscito a ottenere nemmeno un goccio di caffè. Avevo un impellente bisogno di caffeina e il Green Mountain era l’unico posto lungo la strada dove si potesse mangiare qualcosa di decente. Avevo percorso il tortuoso viottolo che, dal nulla, portava alla civiltà e mi ero fermato lì, affamato, ma di sicuro poco propenso alla conversazione.
«Ma guarda un po’ che bella sorpresa!» Martha mi individuò subito e si avvicinò con una caraffa in mano. «Caffè, Foster?»
Annuii e lei ricambiò con un sorriso. Non ci volle molto prima che avvertissi diverse paia d’occhi perlustrarmi la schiena e la cosa mi infastidì parecchio. Non mi ero trasferito in quel lembo di terra dimenticato da Dio per attirare attenzione, al contrario: volevo starmene in disparte e al riparo da sguardi indiscreti. Invece, da quando ero arrivato, non avevo fatto altro che alimentare pettegolezzi. Se ne dicevano di tutti i colori sul mio conto, e di certo non aiutava il non aver più messo piede a Lower Village per un numero imprecisato di anni. L’ultima volta, a pensarci bene, era stata più di un decennio prima, in occasione del funerale di mio nonno. Era proprio da lui che avevo ereditato quella catapecchia in riva al fiume, in cui mi ero trasferito da circa sei mesi.
«Posso portarti qualcosa da mangiare?»
Annuii e presi il menù infilato tra il porta tovaglioli e i contenitori per le salse.
«Se non ricordo male, quando eri piccolo andavi matto per i miei muffin al lampone». Sollevai lo sguardo aggrottando la fronte, quasi incredulo. «Che dici, te ne porto uno?»
«Li fai ancora con la glassa sopra?»
«Ovviamente.»
«Allora ne prendo uno.»
«Aspettami qui, torno subito!»
La donna sembrò riempirsi di un’inaspettata soddisfazione e si precipitò dietro al bancone. Mi ritrovai a distendere le labbra e quella, forse, era l’espressione più vicina al sorriso che avessi assunto negli ultimi tempi.
Avevo trascorso molte estati nel Vermont da ragazzino ed erano state tra le più belle della mia infanzia. Avevo imparato a conoscere quei luoghi come le mie tasche: i boschi, i corsi d’acqua, il vecchio ponte coperto: amavo quelle distese incontaminate dove la natura la faceva ancora da padrone. Forse era per questo che, quando la mia vita era definitivamente andata a rotoli, avevo deciso di tornare proprio lassù, tra le montagne e le foreste.
Inspirai dal naso e, per la prima volta dopo tanto tempo, mi sentii quasi bene. Rimisi a posto il menù che avevo ancora in mano e sbirciai fuori dalla finestra. L’autunno si stava avvicinando a lunghe falcate e il paesaggio, per l’occasione, era corso a indossare il suo abito migliore. Gli alberi si erano tinti di mille sfumature, dal verde al giallo, dall’arancio al rosso e un cielo plumbeo, che annunciava tempesta, faceva loro da sfondo come in un dipinto.
Un lampo improvviso squarciò il grigiore e le prime gocce di pioggia scesero una dietro l’altra, depositandosi sul vetro prima di scivolare verso il basso.
No, dannazione!
Non avevo ancora finito di sistemare il tetto e il brutto tempo, stando alle previsioni, non sarebbe dovuto arrivare prima di qualche giorno. Avevo coperto tutto con un telone la sera prima, ma nessuno poteva garantirmi quanto a lungo avrebbe retto.
Mi strofinai stancamente la nuca con la mano e piegai la testa di lato mentre una volante della polizia di Stowe entrava nel piazzale. Si accostò alla mia Chevrolet Silverado e spense il motore.
Il parcheggio era piuttosto grande anche se, a quell’ora, era quasi pieno: l’unico posto libero fu occupato proprio in quel momento. Riconobbi subito la Ford Edge che stava facendo manovra, non avrebbe potuto essere altrimenti. Mi imposi d’ignorarla, eppure seguitai lo stesso a guardare in quella direzione. La pioggia veniva giù sempre più forte e i tergicristalli dell’auto si muovevano senza sosta, rivelando, di tanto in tanto, due macchie scarlatte al di là del vetro. Non avrei dovuto continuare a fissare quel punto ma, a quanto pareva, negli ultimi tempi non riuscivo a fare altro.
Mike Walker scese dalla volante e si calcò il cappello sulla testa. Incurante della pioggia battente, proseguì fino all’ingresso e tornò indietro, tenendo in mano un grande ombrello blu. Camminò spedito verso la Ford finché non le fu a fianco e il finestrino si abbassò quasi riluttante. A quel punto, potevo vederla con estrema chiarezza: la cascata di ciocche rosse che le incorniciava il viso e quel sorriso che mi ritrovavo a cercare sempre più spesso.
Dovevo smetterla.
Di qualsiasi cosa si trattasse, dovevo smetterla, e subito.
«Eccomi qui! Muffin ai lamponi e torta di noci pecan allo sciroppo d’acero, omaggio della casa, ovviamente.»
Sollevai le sopracciglia ma Martha mi strizzò l’occhio e si chinò a parlarmi sottovoce. «Sono mesi che aspetto di vederti entrare da quella porta, permettimi almeno di offrirti una colazione decente!»
Provai a replicare ma lei sollevò una mano in aria e mi zittì, scuotendola con noncuranza. «Torna anche domani e magari ti lascerò pagare.»
Il tintinnare della porta richiamò la sua attenzione, si voltò da quella parte e il suo viso sembrò illuminarsi.
«Zia Martha! Zia Martha!»
Un folletto dai lunghi capelli rossi entrò correndo nel locale e attirò il mio sguardo. Quella bambina era così assordante da risultare molesta, a volte, ma era impossibile non notarla. Abbassai la testa e seguitai a scrutarla di sottecchi. Durò solo un istante perché, poco dopo, spinto da un’urgenza ormai fin troppo familiare, mi rivolsi altrove. I miei occhi si mossero da soli, passando dalla ragazzina con le efelidi alla sua versione più adulta e lì si fermarono, inchiodandosi alla bellissima donna che stava varcando la soglia proprio in quel momento.
«Vuoi fare colazione, tesoro? Ho preparato la tua torta preferita.»
«Quella con le noci pecan?»
«Proprio quella.»
Le loro voci squillanti erano solo un blando sottofondo. La mia mente era concentrata su qualcos’altro, attratta da un paio di mani che districavano lunghi capelli rossi, umidi di pioggia, assorta su un viso etereo che, di tanto in tanto, mi concedevo l’ardimento di indagare. Era una specie di magia ipnotica quella, una potente malia che prima mi spingeva a guardarla e poi, con lo stesso vigore, mi obbligava a distogliere lo sguardo.
Mi mossi sulla sedia e tornai alla mia colazione. Martha si era chinata verso la bambina e le stava sussurrando qualcosa all’orecchio. Poi, il suo sorriso sdentato si allargò a dismisura e, quasi incredula, si voltò verso di me.
«Shayne!» esclamò piena di entusiasmo. Mi venne incontro oltrepassando il tavolo e mi travolse con un abbraccio che mi lasciò rigido ma quasi senza fiato.
«Posso sedermi a mangiare qui con te?» domandò, implorandomi con quelle due gocce argentate che aveva al posto degli occhi. Cercai di articolare un “no” come risposta, però non fui abbastanza reattivo.
«Ma certo che sì!» Martha si impose con tutta la sua corpulenta presenza, sfidandomi a contraddirla. «Siediti e aspettami qui, tesoro, vado a prenderti la tua fetta di torta.»
«Mmh-uhm.»
La bambina si accomodò sulla sedia davanti alla mia, puntò i gomiti sul piano del tavolo e iniziò a fissarmi, proprio come faceva di solito. «È buona?»
Poggiò il mento contro le mani e chinò la testa di lato. «È la mia preferita, lo sai? Zia Martha la prepara solo una volta alla settimana, sei stato molto fortunato che l’abbia fatta proprio oggi!»
Sollevai entrambe le sopracciglia, seguitando a masticare in silenzio.
«Non ti ho mai visto qui prima, perché non ci vieni mai?»
Le domande, rammentai a me stesso. Questo era uno dei motivi per cui non dovevo perdere tempo con quella ragazzina. Le sue continue richieste mi irritavano più di una foglia d’ortica nelle mutande. Mi avvicinai la tazza alle labbra e ingoiai un sorso di caffè.
«Perché non rispondi mai alle mie domande?»
«Perché ne fai troppe.»
«Allora se te ne faccio una sola mi rispondi?»
Mi sorrise così piena di speranza che il mio cuore fece uno strano guizzo, rapido e quasi impercettibile, ma abbastanza intenso da lasciarmi stordito.
Erano trascorsi sei mesi da quando le nostre strade si erano incontrate per la prima volta e, da allora, nonostante la mia reticenza e il mio pessimo carattere, quella piccola streghetta dagli occhi grigi come il cielo autunnale era diventata l’unica nota di colore delle mie giornate solitarie.
«Charlie! Quante volte ti ho detto di non disturbare?»
Sua madre, la stessa donna che da un po’ di tempo a questa parte occupava di tanto in tanto i miei pensieri, si avvicinò al tavolo. Mi lanciò una rapida occhiata indagatrice e poi tornò a sua figlia.
«Shayne sta facendo colazione, non è affatto educato importunarlo.»
«Ma la zia Martha ha detto che potevo sedermi qui!» brontolò increspando le labbra.
«Non importa quello che ti ha detto la zia Martha, non voglio che dai fastidio alle persone, e lo sai.»
Non so esattamente come, ma accadde qualcosa che aveva dell’incredibile.
«Non mi sta dando fastidio!» professai serio. Quelle parole mi uscirono come un torrente in piena, tanto che non ebbi nemmeno la prontezza di chiudere la bocca, o meglio, lo feci quando ormai non aveva più molta importanza.
«Prego?»
«Charlie… non mi disturba» rimarcai, e con un movimento rapido della mano riportai la tazza alle labbra.
La rossa era il ritratto dello sconcerto, la mia reazione era stata così incredibilmente inaspettata che, a dire il vero, sorprese anche me. Ora sì che sentivo i suoi occhi addosso. La vidi passare in rassegna ogni parte visibile di me, si soffermò sulle mie mani, risalì lungo le braccia e poi arrivò dritta al viso. Alla luce del giorno, le sue iridi erano di un colore indefinibile, screziato, come gli strati di sottobosco rischiarati dal sole, e in quell’attimo, nel fugace istante in cui i nostri sguardi si sfiorarono, avvertii uno spasmo doloroso in mezzo al petto.
Cosa era successo?
Come faceva quella donna a esercitare un tale potere su di me?
Tornai al mio piatto, la forchetta infilzò la fetta di torta e il coltello la attraversò sbriciolandola. Il cibo era sicuramente qualcosa di più appropriato da contemplare, non sollevava domande e, soprattutto, non mi faceva sentire… strano.
Continuai a ignorarla. Mi portai la forchetta alle labbra, masticai e ingoiai il mio pezzo di torta, ma i suoi occhi non si erano mossi di un millimetro. Erano ancora lì, inchiodati su di me, pronti a sfidarmi, a infastidirmi o a mandarmi definitivamente al manicomio.
Erano mesi che andava avanti così.
Erano mesi che li sentivo addosso.
Quei due frammenti di foresta erano diventati la mia debolezza nell’esatto istante in cui li avevo incontrati.

Ero nel Vermont da soli due giorni e stavo già prendendo in considerazione l’idea di andarmene. Quella che una volta era la casa dei miei sogni infantili, col tempo e l’incuria, si era trasformata in un posto invivibile e inospitale. Ma, in fin dei conti, è questo ciò che accade alle cose o alle persone abbandonate a se stesse: marciscono lentamente.
Feci un passo e le assi del pavimento si fletterono con un gemito sordo, quasi il lamento di uno scheletro incapace a reggersi in piedi.
Che accidenti mi ero messo in testa?
Trasferirmi quassù non era stata una buona idea come pensavo all’inizio, era solo l’ennesima cazzata fatta nell’ultimo anno.
Lanciai un’occhiata alla finestra: un rumore aveva attirato la mia attenzione. Assottigliai le palpebre aguzzando la vista. Forse mi ero sbagliato, non c’era nessuno, di sicuro era solo un’altra delle allucinazioni che, ormai, mi tenevano compagnia come un fedele golden retriever. Ignorai il brivido di allerta che mi percorse la schiena e tornai alle mie considerazioni: avrei dovuto cambiare le assi del pavimento, il tetto era da buttare e il resto della struttura aveva bisogno di un intervento di tutto rispetto, ma tanto, che cosa avevo di meglio da fare?
«C’è nessuno?»
Ci furono alcuni colpi e io mi voltai, di nuovo. Stavolta, fu impossibile non notare le due sagome all’esterno. Sembravano una donna e una bambina. Da principio, tentai di ignorarle, ma fui costretto a cedere, non tollerando più il bussare insistente contro la porta.
«La vuoi smettere, Charlie? Lo vedi che non c’è nessuno?!»
«Sì che c’è, ti dico che l’ho visto!»
Chi diavolo erano quelle due? E che volevano da me?
«Non c’è nessuno, fidati.»
«Uffa, mamy, l’ho visto!»
Attraversai lo spazio vuoto che, un tempo, era il soggiorno e mi avvicinai alla porta senza aprirla del tutto. Mi limitai a fessurarla quel tanto che bastava ad affacciarmi e inarcai le sopracciglia. Avevo di fronte una donna dai lunghi capelli rossi e la sua fotocopia in miniatura. Sul fatto che fossero madre e figlia non c’era alcun dubbio; quello che, invece, mi lasciava interdetto era che cosa ci facessero sulla mia veranda.
«Buongiorno!» La rossa adulta sorrise e alcune piegoline le incresparono gli angoli degli occhi. «Io sono Johanna O’reilly, la sua vicina di casa, e questa qui è Charlie, mia figlia. Spero di non averla disturbata.»
Le scrutai scostante e non proferii parola. La rossa si morse le labbra, in difficoltà. «Ehm… come le dicevo, noi abitiamo laggiù!»
Sollevai lo sguardo seguendo la direzione del suo dito. Puntava dritto verso la vecchia proprietà degli Avery ma, evidentemente, nessuno dei precedenti proprietari abitava più lì.
«Forse abbiamo scelto un brutto momento per passare a salutarla, togliamo subito il disturbo». La rossa fece un passo indietro e poi si fermò di colpo. «Ah, dimenticavo, questo è per lei». Allungò le mani e mi porse un piatto ricoperto da uno strato di carta d’alluminio.
«È una torta» precisò la piccola rossa. Aggrottai la fronte e continuai a fissarle con sospetto.
«Non l’ho fatta io, ci tengo a precisarlo perché, beh… insomma… io non sono esattamente quella che si dice una gran cuoca». Sollevò gli occhi in aria e borbottò qualcosa tra sé e sé. «Comunque, questa gliela manda Martha Coleman e lei è bravissima a fare le torte, gliel’assicuro» concluse.
«La zia Martha fa le torte più buone del mondo!» asserì la bambina più buffa che avessi mai visto. Aveva un visetto perfetto, tondeggiante, con qualche spruzzata di lentiggini sul naso e l’impronta di un caratterino di tutto rispetto. Fissai quell’omaggio senza decidermi a prenderlo. La donna sembrava innocua e il suo, in fin dei conti, era un gesto carino. Una cortesia a cui non ero più avvezzo da un po’. C’era anche dell’altro a cui non ero più abituato: stare in mezzo alle persone, sorridere, ringraziare.
Deglutii e mi schiarii la voce. «Grazie» pronunciai, allungando una mano nella sua direzione. Lei sembrò sollevata, l’ombra di preoccupazione che le aveva incupito i lineamenti si diradò di colpo e mi rivolse un sorriso luminoso. Anche i suoi occhi sembravano aver preso vita. Non ne avevo mai visti di così belli, avevano una rara tonalità di giada impreziosita da qualche screziatura smeraldina, un colore insolito, bellissimo, ma non era stato solo quello a sorprendermi: ciò che mi aveva davvero frastornato era il modo in cui mi guardava. Mille emozioni diverse erano racchiuse in quello sguardo, apprensione, curiosità, e in fondo, dietro a strati e strati di verde, avevo intravisto qualcosa di molto più preoccupante…
Attrazione.

«Ora sì che mi spiego il perché di un simile temporale! Shayne Foster? Quale onore…»
La rossa si irrigidì mentre Mike Walker si avvicinava paventando strafottenza. Si fermò dietro di lei e, con il palmo, le accarezzò la schiena fino ad arpionarle il fianco, il pollice agganciato alla cintura, vicino al distintivo, e l’altro braccio ormai impegnato a circondarle la vita. Johanna non si mosse, non lo allontanò, si limitò a lanciargli uno sguardo di rimprovero.
«Che c’è? Cosa ho detto?» si giustificò. «Non sembra strano anche a te che abbia deciso di smettere di fare l’eremita per qualche ora?»
«Mike…» lo ammonì ancora, ma con la voce, stavolta.
«E va bene, lasciamo perdere» sollevò gli occhi al cielo e le sorrise. «Che ne dite di fare colazione?»
Lei annuì, un po’ in difficoltà: «mi sembra un’ottima idea».
Il ghigno soddisfatto di Walker si allargò a dismisura. Liberò la presa sul suo fianco e ritrasse la mano fino a sfiorare la pistola che pendeva dalla cintura. Era un gesto intimidatorio, probabilmente, un guanto di sfida, forse. Mike Walker era sempre stato molto competitivo fin da ragazzino, ma la sua ambizione, alla fine, lo aveva portato a commettere errori che non avrebbe mai ammesso, nemmeno con se stesso.
«Bene, noi andiamo a fare colazione» disse rimarcando volutamente la parola “noi”, come se fosse un confine invalicabile da cui avrei dovuto tenermi alla larga. «Ti saluto, Foster.»
Non risposi. Non ero solito andare in cerca di guai o lasciarmi impressionare dalle provocazioni altrui. E forse, addirittura, niente sarebbe più riuscito a impressionarmi. Mi pulii stancamente la bocca con il tovagliolo e ripresi a mangiare come se nulla fosse.
«Deve proprio aver perso l’uso della parola» mormorò flettendo il capo verso di lei.
«La vuoi smettere?!» lo rimproverò, lanciandomi, subito dopo, un’occhiata colma di mortificazione. «Vieni tesoro» disse a sua figlia, «andiamo a sederci laggiù e lasciamo in pace il signor Foster.»
Charlie, nonostante i suoi otto anni, doveva aver capito che era meglio sgomberare il campo. Annuì all’indirizzo di sua madre e si voltò a salutarmi.
«Ciao, Shayne, ci vediamo dopo a casa?»
Feci un cenno del capo e abbozzai una specie di fugace sorriso mentre madre e figlia si dirigevano a un altro tavolo.
Walker mi fissava, le iridi cerulee intrappolate fra due fenditure così strette da risultare quasi invisibili. Aveva ottenuto ciò che voleva ma non era affatto soddisfatto; anzi, a dirla tutta, sembrava ancora più stizzito di prima. Serrò i denti con forza, tanto da provocare uno spasmo al muscolo della mascella. «Ci si vede…» sibilò fra le labbra come un avvertimento e poi si voltò, raggiungendo la rossa e sua figlia al tavolo.
Li osservai parlare per qualche minuto. Johanna era a disagio, lo capii da come passava nervosamente le punte delle dita sulle posate e da come giocherellava con la tovaglietta di carta. Gli sorrideva, annuiva e, di tanto in tanto, diceva qualcosa, ma io sapevo che i suoi pensieri erano da tutt’altra parte, me lo dicevano le sue iridi che tornavano a spostarsi ritmicamente nella mia direzione.
Erano mesi che andava avanti così. Da quando avevamo dato il via a quella strana caccia fatta di appostamenti, occhiate furtive e dettagli rubati, era uno spingersi oltre senza mai sfiorarsi davvero, un voler sapere senza mai chiedere, un linguaggio muto che solo gli occhi riuscivano a perpetrare.
«Dov’è Charlie?»
Martha mi si parò davanti, un piattino in una mano e una caraffa nell’altra. Le indicai il tavolo dall’altra parte della sala e mi alzai in piedi, lasciandole alcune banconote sul tavolo.
«Non ci provare, Shayne Douglas Foster!»
«Va bene così, Martha, davvero. Grazie per la torta e per il muffin, sei sempre la cuoca migliore di Lower.»
Mi alzai in piedi, infilai il giubbotto di pelle e mi allontanai senza darle il tempo di replicare, una sigaretta spenta fra le labbra e una smania folle che mi rodeva lo stomaco. Ero già per metà fuori dalla porta quando mi voltai un’ultima volta.
I suoi occhi erano lì, pronti a incatenarmi, come sempre.

SECONDO CAPITOLO

Annuii in direzione di Mike e mi finsi interessata a quella conversazione di cui avevo ascoltato, sì e no, qualche parola. Non era scortesia la mia, era solo che qualcun altro catturava la mia attenzione.
Erano passati sei mesi da quando quell’uomo aveva fatto il suo arrivo a Lower Village e, da allora, non era trascorso un giorno senza che il mio sguardo lo avesse cercato ossessivamente.
Lo vidi alzarsi e lasciare diversi dollari sul tavolo. Martha borbottò qualcosa alle sue spalle ma lui non si voltò. Seguitò a camminare con la schiena eretta e il passo svelto di chi non vede l’ora di sparire. Lo seguii con lo sguardo mentre attraversava la sala e spalancava la porta. Poi si fermò, girò la testa nella mia direzione e il mio stomaco si attorcigliò su se stesso. Bastava davvero così poco per farmi ribollire il sangue?
Deglutii cercando di controllare la mia agitazione, ma quella strana sensazione che mi strisciava attraverso le viscere non accennava a diminuire; solo dopo che fu uscito, rilasciai finalmente il fiato. Lo vidi sollevarsi il giaccone sulla testa, la solita sigaretta spenta fra le labbra e gli occhi strizzati a causa della pioggia battente. Si guardò intorno, poi corse via verso il suo enorme pick up.
«…ti ho chiesto un migliaio di volte di venire con me alla riserva.»
«Come, scusa?»
«Dicevo che ti ho invitato almeno mille volte a venire alla casa sul lago e tu ogni santissima volta hai una scusa pronta!»
«Hai ragione, sono una pessima amica» tergiversai ridacchiando.
«Ma che hai stamattina?»
«Niente, perché?» dissi, e abbassai lo sguardo sul menù, sistemandomi i capelli dietro l’orecchio.
«Sono un po’ sovrappensiero; sai, abbiamo iniziato i preparativi del festival…»
«Già… l’importantissimo festival di Lower Village» sogghignò scuotendo la testa. «Siete tutte super impegnate, anche Glenda non parla d’altro!»
Annuii sorridendo e, alla prima occasione, lanciai un’altra occhiata furtiva fuori dalla finestra. Era più forte di me, non riuscivo a smettere di controllare ogni suo movimento. Shayne Foster era una tentazione troppo grande per una donna come me.
Il suo pick up stava facendo manovra in attesa di imboccare la strada principale in direzione di Stowe; proprio in quel momento, gli si affiancò un’altra auto che lo superò bruscamente. Era una berlina scura di cui non riuscii a leggere la targa, a parte la sigla di New York. Per qualche motivo, mi fermai a fissare quella macchina che suscitava in me una strana sensazione. Osservai la linea elegante della carrozzeria, i vetri posteriori oscurati e poi… sbiancai.
Doveva essere stata un’allucinazione. Sì, doveva trattarsi sicuramente di un’allucinazione perché, per una frazione di secondo, mi sembrò di aver visto un fantasma al volante di quell’auto.
Shayne, che si era fermato per evitare un incidente, ripartì, ma dell’auto scura non c’era più nessuna traccia, era scomparsa dietro la curva lasciandomi dentro uno strano senso d’inquietudine.
«Ehi, mi stai ascoltando?»
Tornai a guardare Mike. «Sì, certo» finsi.
«Bene, allora che ne dici? Venite stavolta?»
«Non lo so, Mike…»
«Ti prego!»
«Ma è una riunione di famiglia…»
«E allora? Voi siete parte della mia famiglia, per quanto mi riguarda. Sarà divertente, vedrai, e poi quando ti ricapiterà di vedere con i tuoi occhi tre generazioni di Walker alle prese con la pesca sportiva e le grigliate all’aria aperta!»
«Non lo so…»
Mi morsi le labbra e giocherellai con la forchetta, confidando in un miracolo.
«Eccoti qui, bambolina! Non riuscivo più a trovarti, come mai hai cambiato posto?»
Charlie distolse lo sguardo dalla TV appesa alla parete e roteò gli occhi verso di Martha, sbuffando. «Mamy ha detto che dovevo lasciare in pace Shayne!»
«Ah… Capisco…»
Lei le sorrise, le porse il piattino con la sua torta preferita e poi rivolse l’attenzione su di me. La sua espressione, all’apparenza, non cambiò di una virgola, le labbra erano distese e gli zigomi sollevati come se stesse sorridendo sul serio, ma non era così, la conoscevo troppo bene per non notare un piglio inquisitore pronto a crivellarmi a forza di domande.
«Caffè?» domandò a Mike, senza smettere di guardarmi.
«Sì, grazie». Fu sbrigativo, come se non vedesse l’ora che se ne andasse.
«E da mangiare cosa vi porto?» Martha tirò fuori penna e taccuino dalla tasca del grembiule e rimase in attesa.
«Non saprei…» esitai. «Ci sono ancora quei meravigliosi muffin al lampone che fai di solito?»
«Certo che ci sono» trillò fin troppo euforica, «e non sei la sola a cui piacciono, sai?»
Inclinai la testa di lato, guardandola interrogativa.
«Lascia perdere» commentò, accompagnando le parole con un gesto della mano. Vidi Mike roteare gli occhi e sbuffare sempre più infastidito.
«E a te cosa porto, sergente Walker?»
«Quello che prendo di solito, grazie». Il suo tono non era affatto scortese ma, bisogna ammettere, nemmeno troppo gentile.
«Benissimo, cinque minuti e arriva tutto!»
Martha ripose penna e blocchetto in tasca e fece per andarsene.
«Ah, prima che mi dimentichi: appena hai finito, Jo, potresti venire un attimo di là? Voglio farti vedere le bozze dei volantini per il festival…»
«Sì, certo.»
«Benissimo. Vado a consegnare l’ordinazione e torno.»
Mike attese che lei si fosse allontanata e poi riprese a perorare la sua causa. Charlie stava sbocconcellando la sua torta alle noci e non si accorse minimamente che l’uomo seduto di fronte a me aveva allungato la mano sul tavolo per cercare la mia.
«Promettimi che ci penserai. Mi piacerebbe davvero molto che venissi con noi.»
Lanciai un’occhiata a mia figlia che continuava a mangiare, guardando di tanto in tanto la TV. Lui seguì la direzione del mio sguardo e sorrise.
«Se non fosse abbastanza chiaro, vi voglio lì entrambe. Sai benissimo quanto io tenga a Charlie.»
«Lo so.»
Avevo la certezza irrefutabile che lui nutrisse un sincero affetto per noi, era così da sempre. Io e Mike eravamo amici da quella che, ormai, poteva definirsi una vita. Ne avevamo passate tante insieme, e se c’era una persona a cui avrei affidato mia figlia a occhi chiusi, beh, quella sarebbe stata proprio lui.
Ultimamente, però, le cose avevano preso una piega un po’… imbarazzante. Quella che per me era sempre stata solo una solida amicizia, per lui aveva iniziato ad assumere sfumature diverse, e questo stava diventando un grosso problema. Non sapevo più come comportarmi né quanto in là potessi spingermi. Gli volevo bene, ma come si può volerne a un fratello, non lo desideravo affatto come si desidera un uomo. Per me lui era semplicemente… Mike. Il mio migliore amico, l’uomo che mi tagliava il prato il sabato pomeriggio e si fermava a bere una birra, lo zio a cui mia figlia aveva vomitato addosso un’intera scodella di minestra, quello che mi aveva vista nelle peggiori condizioni e ci aveva scherzato sopra. Era il mio confidente, la spalla su cui piangere e anche quella su cui ridere, ma se solo mi fermavo un istante a pensare a noi due… non vedevo nient’altro oltre a quello che avevamo già.
Ci avevo provato, a volte, a immaginare come sarebbe stato io e lui insieme. Quale sensazione mi avrebbe provocato un suo bacio? Quale effetto mi avrebbero fatto le sue mani addosso?
Più ci pensavo e più sentivo le punte dei piedi ritrarsi. Sarebbe facile obbligarsi ad amare qualcuno solo perché ci ama sul serio, ma i sentimenti non funzionano così: o ci sono o non ci sono, o bianco o nero. In amore, non esistono zone grigie, e se ci si addentra per sbaglio nella penombra, si rischia solo di farsi del male, come io ne avrei fatto a lui.
Mike Walker era un bell’uomo, era attraente, generoso; sarebbe stato un ottimo compagno per chiunque ma, forse, non lo era per me.
Qualche minuto dopo, come promesso, Martha tornò con le nostre ordinazioni. Si profuse in chiacchiere sul festival, sul pullman di turisti che era arrivato quella mattina da Albany e sulle previsioni meteo che, come al solito, non ci azzeccano mai. Sapeva benissimo di farlo indispettire ma se ne infischiava alla grande. Quella donna di mezz’età era quanto di più vicino a una figura materna potessi sperare di trovare in un posto sperduto come quello. Voleva bene a me e a mia figlia come se fossimo parte della famiglia e questo l’autorizzava a proteggermi da chiunque.
La sua voce brillante continuò a sparare notizie a raffica e non si fermò nemmeno quando il telefono di Mike prese a squillare. Lui lesse il numero sul display e sollevò gli occhi al cielo. Passarono diversi secondi prima che si decidesse a rispondere, forse sperava che quel trillo insopportabile smettesse o che Martha finalmente se ne andasse lasciandoci di nuovo soli, ma non accadde nessuna delle due cose; ingoiò la frustrazione fra i denti e si spostò verso il fondo del locale per parlare col suo interlocutore.
«Non molla, eh?» Martha mi lanciò un’occhiata complice e sorrise.
«No» sospirai, «e più cerco di prendere le cose per il verso giusto e di fargli capire che non sono interessata, più mi ritrovo compromessa in situazioni imbarazzanti» mormorai sottovoce, controllando Charlie con la coda dell’occhio.
«Fammi indovinare» buttò lì, abbassando a sua volta il tono di voce, «sei stata invitata alla riunione di famiglia?»
«Non ti sfugge proprio niente, eh?»
Martha sorrise e sollevò le sopracciglia.
«Sai com’è, conosco quel ragazzo da molto più tempo di te!»
«Già…»
Charlie distolse lo sguardo dalla TV e si rivolse a noi come se si fosse appena ricordata di una cosa importante. «Zia Martha, mi avevi promesso che oggi, visto che non c’è scuola, avremmo fatto le prove dei biscotti per il festival, ti ricordi?»
«Certo che mi ricordo, bambolina. Vai sul retro, lavati le mani e prendi gli ingredienti. Io arrivo tra dieci minuti.»
«Okay!»
Gli occhi di mia figlia sembrarono brillare e il sorriso spalancatosi sulle sue labbra mi fece letteralmente stringere il cuore.
Era sempre così. Ogni volta che la guardavo, il mio petto esplodeva. Erano i particolari a lasciarmi senza parole, c’era tanto di me in lei: frammenti, dettagli, espressioni. Ogni volta, mi chiedevo come fosse possibile, come aveva fatto un essere imperfetto, come lo ero io, a creare qualcosa di così unico?
Charlie non se lo fece ripetere due volte, sgattaiolò tra i tavoli e inforcò la porta della cucina, mentre Mike tornava indietro.
«Vuoi che rimanga altri cinque minuti, giusto per farlo sbuffare un altro po’?»
Sorrisi. Un sorriso vero, di quelli che ti riempiono le guance e ti fanno sollevare gli angoli degli occhi. Scossi la testa e lei sghignazzò.
«Okay, ho capito, vado a vedere che combina tua figlia prima che mi metta sottosopra la cucina. Mi raccomando, ricordati di dare un’occhiata alle bozze dei volantini. Vorrei il tuo parere prima di mandarle in stampa.»
«Va bene, arrivo subito. Dammi solo cinque minuti.»
«Fai con comodo, tanto sai dove trovarmi.»
Martha si dileguò e qualche istante dopo Mike tornò a sedersi.
«Scusami, era l’ufficio, dovevo rispondere…»
«Ma figurati, non c’è bisogno di scusarsi.»
«Tornando al discorso di prima…»
Chiusi gli occhi e sospirai.
«Non voglio farti pressioni, ma…» mi prese le mani nelle sue e mi guardò dritto negli occhi, «vorrei solo che tu mi dessi una possibilità» concluse.
Dio, eravamo davvero arrivati a questo punto?
«Non capisco a cosa tu ti riferisca…»
Mi spostò una ciocca di capelli dal viso e con il polpastrello mi accarezzò la mascella. Perché faceva così? Perché voleva rendere tutto tanto difficile?
«Quanti anni sono che ci conosciamo io e te?»
I miei occhi scesero ad accarezzare l’interno del polso sinistro. Una calligrafia elegante e ricercata delineava il nome per intero di mia figlia: “Charlize”.
«Più di otto.»
«È un sacco di tempo, non trovi?»
Annuii, abbozzando un sorriso che affiorò dal profondo della mia anima, da una parte di me che era davvero legata a lui. «Credi che potrei mai farti del male, Jo? O farne a Charlie?»
Mi fissava, le mani a circondarmi i polsi e un’espressione tra il tenero e il risoluto, un’espressione che gli avevo già visto più di una volta.

«Adesso respira, okay?»
«Sto morendo! Mio Dio, Mike, sto morendo!»
«Non stai morendo, Jo, stai solo per avere la tua bambina.»
Mi aggrappai al suo braccio e lo strinsi con tutta la forza che avevo, mentre un dolore lancinante mi attraversava il corpo, spezzandolo a metà. La sensazione era terribile, come se un bastone continuasse a percuotere all’infinito un unico punto della schiena. Non riuscivo né a respirare né a tenere gli occhi aperti. Le contrazioni non si erano mai fermate. Erano iniziate nel momento in cui avevo avvertito un liquido caldo e viscoso scivolarmi lungo le gambe e, da allora, non mi avevano più dato tregua. Piegata in due dalle fitte, avevo appena avuto la forza di prendere il telefono e chiamare Mike. Tutto quello che era successo dopo, non lo ricordavo.
«Siamo quasi arrivati in ospedale, vedrai che andrà tutto bene.»
Il mio grido disperato superò di qualche decibel il suono della sirena della polizia. «Johanna, ci siamo, okay? Ci sono io con te, stringimi la mano!»
Mi aggrappai a quell’arto con la stessa forza con cui ci si attacca a una corda che penzola nel vuoto. Mike sterzò bruscamente e poi inchiodò di colpo.
«Non si preoccupi, signora, ora ci pensiamo noi!» mi disse un’infermiera che aveva spalancato il mio sportello.
Annuii, cercando gli occhi dell’uomo che si era preso cura di me da quando ero arrivata in quel posto sperduto.
Lo guardai.
Fu in quella frazione di secondo che capii che lui non mi avrebbe mai abbandonata, lui non mi avrebbe mai fatto niente di male, mai.

«Da quando è nata Charlie, non hai fatto altro che vivere in funzione di tua figlia. Non credi sia giunto il momento di andare avanti? So che quello che ti è capitato non è esattamente ciò che uno si aspetta, però… sai che di me puoi fidarti.»
Scossi la testa e mi morsi le labbra.
«Il problema non è la fiducia, Mike, io mi fido di te, questo lo sai…»
«E allora, cos’è?»
Come glielo spiegavo? In che modo potevo fargli capire come stavano le cose senza offenderlo o ferire i suoi sentimenti?
Il suo telefono suonò un’altra volta; mentre lui serrava la mascella, io ripresi a respirare.
«Scusami solo un attimo, devo rispondere.»
Abbassai lo sguardo sulla tovaglietta a quadri bianchi e verdi e, con la punta del coltello, iniziai a incidere la carta. Mike aveva un’espressione severa, si era rabbuiato all’improvviso. «Sei proprio sicuro, Jack?» lo sentii dire strofinandosi la testa e aggrottando le labbra. «Okay, okay, ho capito, arrivo». Chiuse la comunicazione. Tornò a guardarmi.
«Adesso devo andare, purtroppo, ma ho intenzione di finire questo discorso.»
Mi morsi l’interno delle labbra e annuii poco convinta. Con la punta delle dita, mi sfiorò il dorso della mano e accennò un sorriso.
«Ti chiamo più tardi, okay?»
«Mmh-uhm.»
Si alzò in piedi, pagò le nostre colazioni e, dopo aver strizzato l’occhio nella mia direzione, uscì.

Sam P. Miller

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